SONO STATA PAPA' ANCH'IO

    “Quando parli così sembri il papà…”/ “mamma!?” – “sono Beatrice!” -  “mi hai toccato come fa la mamma…”

    Comincio a scrivere anche questa volta prendendo spunto da parole realmente pronunciate. La prima frase mi è stata rivolta da una bambina, la seconda invece da un bambino, che dopo essersi confuso e avermi rivolto l’appellativo materno, si è giustificato con estrema lucidità, dandomi spiegazione chiara del suo lapsus. Sentire pronunciare queste parole in una stessa mattina mi ha permesso di risollevare una importante questione, quella dei ruoli genitoriali al giorno d’oggi, rispetto ai quali si avanza secondo una profonda e radicale omogeneità, ma che spesso porta a piccoli contrasti ed attriti di vita quotidiana, fatti di dubbi educativi e scelte non sempre del tutto unanime.

    Partiamo dal presupposto che i ruoli paterni e materni sono affiliati a diverse funzioni, competenze, abilità, caratteristiche, tendenza, tratti di temperamento e qualsivoglia altro tratto peculiare e distintivo, ma che, a dispetto di quanto si possa immaginare o presuppore, non sono ruoli esclusivi dell’uno o dell’altro genitore. L’essere padre non sempre appartiene al papà, come l’essere madre non sempre appartiene alla madre, nella coppia. Tale aspetto si è chiarito nella mia mente quando A., la bambina che ha pronunciato le parole con cui questo articolo è cominciato, mi ha restituito in modo chiaro ed inequivocabile il suo sentire, percepire e vedere in me i tratti paterni. Ed allo stesso modo, poche ore dopo, P. mi abbia chiamato “mamma” perché nel mio modo di accarezzarlo probabilmente ho veicolato ciò che in lui ha suscitato un significato materno. In quel momento esatto ho riflettuto “sono stata papà anche io prima però!”.

    Tale riflessione per sottolineare come gli attributi maggiormente riconducibili alla figura paterna, per impostazione culturale ed educativa e rimando sociale venutosi a strutturare di generazione in generazione, siano distinti da quelli materni in modo congenito da parte del bambino, e tale aspetto ci dice molto rispetto a quelli che sono i suoi reali bisogni educativi. Il bambino ha bisogno di una componente paterna, portata dall’autorevolezza, dalla forza, dalla robustezza e dall’idea di protezione anche fisica e corporale, al fianco della componente di imprescindibile dolcezza, accoglienza, ascolto, cura e calore che contraddistinguono maggiorente il profilo materno. Ma ciò che realmente conta per lo sviluppo del bambino è la garanzia che queste componenti risultino integralmente presenti nel corso della sua crescita, e non che queste vengano portate in modo coerente e congruente da parte della madre o del padre. Vi saranno occasioni e contesti nei quali alla madre sarà richiesta una certa autorevolezza, ed al padre, invece, in altre occasioni, maggiore accoglienza all’ascolto ed all’espressione dell’affettività, in un’esperienza omnicomprensiva per il bambino di una genitorialità che passi attraverso la relazione in modo congruente ed integro.

    …ma in cosa si traducono congruenza ed integrità? Si traducono di certo in modalità educative che prevedono consistenza e a loro volta congruità, rappresentate da scelte condivise e riproposte in modo coerente ed invariato, con modalità flessibili ma indiscutibili ed attuate con modalità concordi da parte dei genitori: una regola resta tale, con mamma e con papà, seppur sia ammessa la flessibilità, ma garantita la coerenza e la congruenza; ciò che esprime l’autorevolezza di un genitore non deve essere smentito dall’altro.

    …esistono mamme super forti, come papà molto dolci ed affettuosi; perché chi l’ha detto che per essere super eroi sia necessario avere super muscoli?...

    A cura di Beatrice Stocco


     
    “Lo so che ho sbagliato ma…”

    “Lo so che ho sbagliato ma…”

    Innanzitutto prendiamo questa frase come primo ingrediente di oggi e mettiamola da parte, perché è bene prima dare un’occhiata alla ricetta che vi ho portato qui oggi. La ricetta è proprio davanti ai nostri occhi: ce la sta riproponendo il nostro bambino. Rivisitata si, magari più dolce, o forse un po’ più saporita, svolta a modo tutto suo, ma la base è pur sempre quella: lo sviluppo.
    Quello stesso sviluppo che ha permesso a noi adulti di giungere oggi fin qui, il normale processo di crescita, acquisizione, miglioramento, consolidamento. Ecco, nostro figlio sta facendo proprio questo: progredisce nel suo sviluppo, seguendo la ricetta della vita, che alla fine ci accomuna tutti e non ci sono né bilance, né misurini per lui, come non ce ne sono stati per noi. Lui procederà crescendo senza misure precise, senza indicazioni di quantità studiate e calcolate alla perfezione, ma solo continuando a mescolare…o a crescere, come preferite. Certo, sarà possibile fare qualche piccola aggiunta o aggiustare, rattoppare mescolare più o meno lentamente, lasciar riposare e lievitare, mettere da parte qualche ingrediente ed aggiungerne altri a filo, ma alla fine è così che procederà: per prove ed errori.

    …oh, bene! Dopo questa modesta infarinatura possiamo riprendere in mano il primo ingrediente che abbiamo preparato; quindi veniamo a questa frase “lo so che ho sbagliato, ma…”. Eh si, questo è un ingrediente multiforme e frequentemente presente nelle nostre bocche, che molto spesso accompagniamo ad una buona sorsata di senso di colpa e qualche briciola di senso di profonda inadeguatezza genitoriale per completare. È per me molto frequente confrontarmi con espressioni di questo tipo durante i colloqui con i genitori, sia che si tratti di ambito clinico che educativo come nella maggior parte dei casi.
    Ma ci siamo mai chiesti per quale motivo ci si additi la colpa dell’errore, che pesa sullo stomaco e che viene resa ancor più indigesta dalle sorsate di senso di colpa e briciole di inadeguatezza che inevitabilmente le accompagnano sposandosi alla perfezione…?

    Molto spesso si tratta di un automatismo l’affermare a sé stessi di aver sbagliato, e spesso lo si fa con tono quasi accusatorio, di disprezzo. Ma non scordiamo quanto sia importante il modo in cui ci parliamo, oltre a quello in cui parliamo al nostro bambino. Si, parlo del modo in cui parliamo a noi stessi, delle parole che rivolgiamo al nostro cervello…che è un tuttofare sì, ma sa raccontarsi grosse bugie, in grado di farci perdere poi importanti opportunità di apprendimento. 

    La tendenza a colpevolizzarsi rispetto alle proprie modalità educative o gestionali dedicate al nostro bambino ci porta ad escludere non tanto la ripetizione di quella stessa modalità, quanto l’opportunità di tentare un’altra via! Sembrerà paradossale, ma penso ci si possa ritrovare a vivere molto spesso i “soliti errori”, attuati secondo schemi di cui si diventa inevitabilmente vittima e rispetto ai quali si prova un senso di frustrante impotenza.

    Ecco quindi che oggi vorrei condividere con voi un altro punto di vista, orientato al riconoscimento dei propri limiti, si, ma anche a quello delle proprie risorse...il segreto sta tutto nello scegliere bene gli ingredienti! E vi dirò di più: l’ingrediente segreto sono le parole e il modo in cui decidiamo di usarle. Perché parlare di errore, quando quella modalità educativa o gestionale non è risultata efficacie, e invece non preferire ammettere che quella data scelta è risultata poco utile per noi ed il nostro bambino in quel momento? Questa espressione suggerisce già una possibilità ulteriore: ci possono essere modalità più utili e funzionali per affrontare la stessa situazione. Perché non esplorarle?

    A partire da questa prospettiva sarà possibile guardare ai nostri errori con un altro sguardo e ammettere che è possibile sbagliare per errore, come è anche possibile e fondamentale sbagliare per errare. Perché chi non erra, non erra. Chi non sbaglia, non compie errore. Chi non procede, non sbaglia. …e chi non sbaglia, non procede: sbagliare per errare, sbagliare per crescere, progredire, avanzare!

    …la ricetta è sempre la stessa, anche per noi grandi: prove ed errori, una aggiunta di questo, una aggiustatina, una mescolata, un po’ di riposo, un buon tempo di lievitazione…

     Parlati con riconoscenza, rispetto ed accoglienza, cara mamma, caro papà, te ne sarai grato e te ne sarà grato anche il tuo bambino.

    A cura di Beatrice Stocco


    FASE 2: RITORNO A SCUOLA

    Fase 2: ritorno a scuola, torniamo a stare assieme…in gruppo!

    L’importanza del contesto classe per crescere ed imparare

    Il gruppo rappresenta un contesto sociale di cui ognuno di noi ha avuto esperienza. Qual è la prima immagine che ti suscita nella memoria la parola “gruppo”? Io torno alla scuola dell’infanzia. Sezione coccinelle, senso di appartenenza carico di orgoglio genuino di navigata bambina di 5 anni. Scherzi a parte, questo pensiero mi ha portato a riflettere sulla precocità del nostro inserimento nel gruppo.

    L’appartenenza ad un gruppo, l’andare verso la gente rappresenta un atteggiamento umano che ci accomuna tutti: l’individuo in sé, posto nella sua individualità e solitudine, non può vivere, svilupparsi, né sperimentare e tentare la propria realizzazione.

    La condizione collettiva ci accomuna tutti a partire dai primissimi giorni di vita: a partire dal rapporto esclusivo con la madre, il bambino viene accolto in un contesto collettivo che è rappresentato da quello familiare. Il contesto familiare in questo senso viene a rappresentare una condizione naturale di gruppo che lo aiuta, sostiene ma anche condiziona per tutto il resto della vita. Aristotele definisce la famiglia come “una comunità che si costituisce per la vita di tutti i giorni”. La famiglia in sé viene quindi a rappresentare il gruppo di appartenenza primario che garantisce l’integrazione psicologica e culturale. Ed è in questa dimensione che viene data garanzia di soddisfazione dei bisogni fisiologici e psicologici primari. Appagati tali bisogni, se ne manifestano di nuovi e diversificati, che richiedono il contatto con nuclei relazionali esterni alla famiglia.

    Con la crescita il bambino incontrerà un numero sempre più vasto e variegato di persone che contribuiranno alla sua crescita ed evoluzione come individuo.

    Maslow, lo studioso che ha strutturato questa famosa piramide dei bisogni, afferma in modo sintetico e chiaro tanto di ciò che si potrebbe dire rispetto al gruppo: “Ciò che uno può essere, lo deve essere: l’uomo deve essere come la sua natura lo vuole”.

    …ma cosa intendiamo per gruppo secondario? E soprattutto, da chi è rappresentato il gruppo secondario per un bambino?

    Non a caso, nell’introdurre il contenuto dell’articolo di oggi ho fatto riferimento ad un ricordo della mia esperienza scolastica. È proprio nella dimensione scolastica che il bambino sperimenta in modo autonomo e quasi completamente indipendente la propria dimensione di individuo posto in un contesto collettivo. E sento di poter dire che il gruppo classe, la sezione di appartenenza, come nel mio caso quella delle fierissime coccinelle della scuola dell’infanzia, rappresenti per il bambino il gruppo primario, in un primo momento, e possa diventare il gruppo secondario con l’evoluzione e la crescita individuale e collettiva.

    Vediamo però di cosa si tratta realmente e diamo una definzione chiara a questo concetto. Propongo di farlo con un riferimento a quella che è la classificazione dei gruppi umani proposta da Anzieu e Martin, da cui ho ricavato questo contenuto parziale che ci permette di focalizzarci su ciò che trattiamo oggi.

    Ciò che mi ha colpito e che intendo oggi condividere con immenso entusiasmo con voi è dato dal cambiamento individuato dai due studiosi in merito alle relazioni tra gli individui facenti parte del gruppo. Si denota un passaggio da relazioni umane ricche, quindi appaganti ed arricchenti, a relazionali funzionali, in grado quindi di poter offrire una funzione in sé e attraverso di sé, garantendo una spendibilità mediata dal proprio contributo. Detta semplice: miei cari compagni di classe, mi fate del bene perché fra di noi c’è uno scambio affettivo e relazionale, ma evolvendo, sviluppandoci e crescendo insieme, impareremo ad imparare l’uno dall’altro e ad offrirci conoscenze e competenze funzionali alla vita.

    Non è incredibile come la dimensione del gruppo, vista come anonimo contesto collettivo consueto nella realtà didattica, filtrata attraverso questa luce acquisisca un potenziale di crescita e arricchimento straordinario?

    Ecco perché la mancanza della scuola nel periodo di lock-down ha rappresentato una grave perdita per i bambini. Perché non solo sono mancati i contenuti e gli strumenti, ma è mancato il contesto, rappresentato in primis dalla struttura e dall’ambiente, ma soprattutto da chi di quell’ambiente usufruisce assieme ai nostri bambini: i loro pari.

    Faccio nostre le parole di Winnicot, che a sua volta riesce a restituire in una sola riga tutta l’immensa potenzialità descritta fino ad ora, restituendo inoltre l’importanza del contesto di apprendimento e non solo dell’apprendimento in sé: “Un ambiente facilitante deve avere qualità umana, non perfezione meccanica

     A cura di Beatrice Stocco


    IL BUON AIUTO: ELOGIO AL PREZIOSO AMICO ERRORE!

    Chi non erra, non erra.

    E con questa ovvietà che ci facciamo?

    È da tempo ormai che dedico uno spazio della mia settimana a questa rubrica, che mi porta a riflettere e sperimentare, e a dare forma e linguaggio a pensieri e riflessioni che se condivise con chi legge, mi sembrano poter acquisire un valore esponenzialmente maggiore.
    Quindi, per chi di voi avesse già letto qualcuno dei miei scritti, non sarà una sorpresa sapere della mia passione per la linguistica e le parole. Aaah, che meraviglia le parole. Ma quindi, tornando a noi…

    Chi non erra, non erra. E allora…? Che cosa significa?

    Veniamo subito al significato reale di questa frase apparentemente scontata, banale, poco utile. Errare. Cosa significa errare? Forse ora, isolando il verbo, avrete capito il mio giochetto. Errare significa commettere errore, certo. Ma significa anche vagare, a quanto ci riferisce il dottor Google. Quindi errare è una parola straordinariamente ricca: sbagliare…come anche procedere, camminare, gironzolare qua e la, andare avanti!

    Non è incredibile? Il fascino delle parole.

    È da queste parole che intendo offrire uno spazio a noi e ai nostri errori, come a quelli dei nostri bambini, ed intendo esprimere un appello sentito, che mi viene dal profondo del cuore: PERMETTETE AI VOSTRI FIGLI DI SBAGLIARE. L’ERRORE È UN AMICO PREZIOSO.

    E sbagliate pure voi! Perché non solo i vostri figli avranno la preziosa possibilità di imparare dai vostri errori, ma potranno anche imparare come farlo: potranno imparare a sbagliare. Perché l’errore sarà un immancabile compagno di viaggio, e non parlo solo della scuola e del contesto didattico, parlo del viaggio della vita. Quindi è buona cosa farci amicizia con gli errori, stringerci un patto d’alleanza e promettersi che ad ogni errore verrà una ricompensa: quella di aver imparato ancora una volta come sbagliare meno, o anzi…come sbagliare meglio.

    Negli ultimi anni ho assistito ad uno spostamento della nostra attenzione rispetto ai compiti ed alle responsabilità che affidiamo ai bambini. Ricordo chiaramente la mia preziosissima e adorata maestra della scuola elementare premiarci per l’impegno, la dedizione, la serietà, il senso critico, lo spirito di iniziativa e ricordo ancora più vividamente il senso di appagamento che sperimentavo in quelle situazioni di riconoscimento del mio contributo al compito ed alla responsabilità affidatami.  Dicevo, negli ultimi anni ho osservato, e penso proprio possiate convenire, come la nostra attenzione – mi includo umilmente nel gruppo – si sia dislocata verso la forma, la performance, l’esito finale, il risultato. Per non parlare del voto e del giudizio, quando si tratti di scuola…

    Lentamente sono state prese le distanze dalla dimensione di genuinità del bambino in favore di aspetti formali, in cui si punta al bello, alla buona riuscita, all’ottimo risultato e l’errore diventa presto orrore. Ma come ho detto prima, gli errori sono nostri grandi e preziosi amici, e con loro possiamo stringere fruttuose alleanze.

    In questa sorta di tentativo di esasperare il meglio, di ostentare il buon risultato si è assistito anche ad una variazione nelle modalità di offerta di aiuto al bambino. Molto spesso si rinuncia ad aiutare il bambino e si procede sostituendosi a lui.

    E certo che un disegno colorato da me che sono adulto è molto più bello, preciso, cromaticamente armonico e curato di uno rifinito da un piccolo di 5 anni, ma chissà quanto sarebbe stato importante per lui poter colorare fuori dal contorno, sbavare l’inchiostro fresco, addirittura forare il foglio per l’eccessivo di inchiostro e poi si, trarre la ricompensa. Si si, la ricompensa concordata nel patto stretto con l’amico errore: imparare. Imparare che se coloro più lentamente riuscirò ad essere più preciso, imparare che devo fare attenzione che la carta assorba l’inchiostro per bene prima di passarci sopra la mano, imparare che una passata di pennarello è sufficiente, altrimenti rischio di bucare la carta.

    Chi non erra, non erra. Chi non sbaglia non va avanti. Ecco cosa significa. O meglio…il dizionario Treccani ci dice che errare significhi vagare, quindi procedere senza meta certa. Nella libertà, che non significa mancanza di supporto o tutela o protezione. Significa che si procede in una direzione: avanti!, senza però seguire un percorso stabilito, garantendosi la sorpresa di mille incontri e l’imprevedibilità della crescita.

    In questo errare, il ruolo dell’adulto è quello di affiancare il bambino, non precederlo. Perché errare, come abbiamo detto, significa vagare senza meta certa e non c’è motivo di costringere il bambino a percorrere esattamente i nostri stessi passi, a calpestare le nostre orme, quando possiamo goderci un avanzare ed un incedere calmo, ma sicuro e solido, AL SUO FIANCO. In questo modo sperimenteremo con lui, scopriremo con lui, ci sorprenderemo con lui e non prima e non al suo posto.

    Camminate al fianco dei vostri bambini, non anticipateli e non sostituitevi. Li accompagnerete senza trascinarli, li proteggerete e tutelerete e permetterete loro di cadere, garantendo la vostra presenza e il vostro supporto, ma offrendo loro la possibilità di errare, imparare, guadagnare.

    L’errore è un amico prezioso. Aiutare significa camminare l’uno al fianco dell’altro.

    A cura di Beatrice Stocco


    NUOVE MISURE DI SICUREZZA: SI TORNA A SCUOLA!

    …NUOVE MISURE DI SICUREZZA: SI TORNA A SCUOLA! FRA NOSTALGIA, FATICA E…TIMORI.

    A quanto pare, cari mamma e papà…uno spiraglio di luce dopo mesi di didattica a distanza, attività a casa, lavoretti prodotti in quantità e che adesso cominciano ad abbellire per davvero tutta casa, compiti fatti a forza di incoraggiamenti e sostegno, vesti di insegnante indossate fra smartworking, timori, amuchina qua e la e una buona dose di disorientamento…si torna a parlare di scuola! E allora chi siamo noi per non fare altrettanto?!

    …Parlare di scuola non compete a me prioritariamente, in quanto neuropsicomotricista.
    E spero di non creare noie ad alcun dicendo che ciò non competa nemmeno ad insegnanti ed educatrici, prioritariamente. E no, probabilmente hai già indovinato, non compete nemmeno ai genitori.
    Parlare di scuola compete ai bambini, ma farlo è difficile. Vivere la scuola è difficile. E pensa un po’ che strano aggrovigliamento: loro ci vanno per imparare a farlo! Dico, i bambini vanno a scuola anche per imparare a parlare, se con questo termine facciamo riferimento alla possibilità di acquisire le competenze necessarie ad esprimere i propri vissuti, a sviluppare il proprio senso critico a raccogliere contenuti didattici finalizzati all’ampliamento della propria cultura.

    Ma si, lo sappiamo tutti che la scuola è una gran fatica, a volte una noia mortale, a volte un impegno gravoso dal quale non desideriamo altro che liberarci per dedicarci a qualcosa di più piacevole, come giocare…a proposito! Ho parlato proprio di questo nelle scorse settimane: di gioco! Dai una occhiata qui: A che gioco giochiamo?  https://www.condividiamo.org/index.php/component/content/article/35-cresci-con-me/149-a-che-gioco-giochiamo?Itemid=101 e anche qui: breve prontuario del gioco … https://www.condividiamo.org/index.php/component/content/article/35-cresci-con-me/160-breve-prontuario-del-gioco-conoscere-per-giocare-bene-a-giocare?Itemid=101

    Tornando a noi. Dicevo che la scuola rappresenta una gran faticaccia, un impegno serio, una responsabilità che ci impone vincoli e richiede molto, e a volte i bambini faticano a comprendere il motivo per cui gravi su di loro l’obbligo della scuola e si chiedono il perché di tante cose che gli insegnanti propongono o richiedono loro di imparare.

    Ma tu lo sai che la scuola può fare anche tanta paura? E lo sai che la paura alza i muri? E che possono essere muri molto alti, che si erigono silenziosi, senza la baraonda di un cantiere affollato e rumoroso, ma che possono trasformarsi in veri muri di cinta, precludendo opportunità, imponendo confini e limiti, in particolare impedendo di accedere a tutto ciò che di prezioso c’è fuori: non solo la scuola di per sé e la possibilità di apprendere in condizioni ottimali. Aldilà del muro c’è la possibilità di misurarsi nella propria autonomia, confrontarsi con i coetanei e con il gruppo, acquisire ed organizzare le proprie competenze sociali ed interattive, acquisire la propria autodisciplina e…stare bene, godere della scuola e dell’imparare così come si gode del gioco.

    Non mi dilungo oltre, e questa volta la mia estrema sintesi ve la propongo così, con delle parole che tanto sintetiche non sono, ma che vengono raccontate da un grande, grandissimo della scuola e della pedagogia. Ecco che Andrea Canevaro, pedagogista e docente dell’Università di Bologna, vi racconterà una storia…sulla scuola, per la scuola, della scuola.

    Ti chiederai perché concluda così il mio scritto di questa settimana…e ciò che ti possono rispondere, caro lettore, è che questo è solo l’inizio…l’inizio di un breve soggiorno all’interno della scuola, tanto trattata e discussa, in questo periodo di emergenza in particolare.

    …La prossima settimana parleremo proprio di questo bosco, delle paure che ci fa vivere e di come affrontarle al meglio, da bambino, genitore ed insegnante…

    …buona lettura, passa di qui la prossima settimana!

     

     

    Quando un bambino va a scuola, è come se fosse portato nel bosco, lontano da casa. Ci sono bambini che si riempiono le tasche di sassolini bianchi, e li buttano per terra, in modo da saper trovare la strada di casa anche di notte, alla luce della luna. Ma ci sono bambini che non riescono a fare provvista di sassolini e lasciano delle briciole di pane secco come traccia per tornare a casa. E’ una traccia molto fragile e bastano le formiche a cancellarla: i bambini si perdono nel bosco e non sanno più tornare a casa.

    La scuola è come un bosco in cui alcuni sanno ritrovare la propria strada, sanno leggerla e sanno orientarsi: passano la giornata nel bosco e si divertono a scoprirlo, a conoscerlo nelle sue bestiole e nei suoi alberi e riescono a collegare tutto questo alla traccia e alla memoria che li riporta a casa. Sono padroni di un territorio perché sono padroni dei segni per riconoscerlo e per collegarlo; e la loro casa non è un posto remoto e divenuto inaccessibile, ma è una possibilità e quindi una presenza da cui ci si può allontanare sicuri di ritornare.

    Altri bambini passano la giornata nel bosco e anche loro imparano tante cose: conoscono alberi e piante, animali e insetti, ma alla fine della giornata conoscono anche la paura di non sapersi orientare, di non sapere la strada di casa. Hanno imparato tanto, forse, e l’hanno dimenticato perché non riescono a collegarlo alla traccia ed alla memoria della strada di casa: il bosco diventa il posto pauroso in cui si perdono, senza riconoscere le proprie tracce, sempre estranei e sempre respinti.

    I bambini che sanno tornare a casa sono capaci anche di andare avanti nel bosco ed oltre il bosco.

    I bambini che si sono persi non sanno tornare a casa e non sanno neppure andare avanti, perché ogni passo che fanno è sempre per perdersi un po’ di più, per non saper riconoscere niente di sé e delle cose che stanno loro attorno: se si incontrano tra loro non si riconoscono e non sanno neppure diventare compagni di strada.  

    Non hanno strada, perché non sanno leggere i segni che possono costituire una strada o un sentiero: sono condannati a vagabondare senza spazio e senza tempo, e possono preferire di venire rinchiusi in una gabbia.

    di Andrea Canevaro da "I bambini che si perdono nel bosco"


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