GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE MALATTIE RARE

    “Che ruggito piccolo leone!”

    È l’albo illustrato che i bambini medi (Aquiloni Rossi della scuola dell’infanzia statale “Gli Aquiloni”di Rosa’) e le loro insegnanti hanno realizzato in occasione della giornata mondiale delle malattie rare.

    In questa giornata l’intero Istituto Comprensivo Roncalli di Rosa’ si attiverà con proposte didattiche ed educative volte a promuovere uno spirito inclusivo e accogliente.

    La storia, raccontata con parole semplici, esprime chiaramente i valori della prospettiva inclusiva che comporta il pensare la scuola come una comunità, luogo di crescita, opportunità, partecipazione ed apprendimento per tutti i bambini in un contesto relazionale significativo.

    Infatti il piccolo leone, protagonista della storia, incontra nel suo percorso l’attenzione e gli aiuti necessari per il suo possibile sviluppo: gli amici animali (i compagni), maestra gazzella (la scuola), e la sua famiglia ( la rete familiare).

    L’augurio è che questo libro possa diventare uno strumento per conoscere, approfondire e valorizzare le differenze di ciascun bambino come risorsa per l’intera comunità.

    Scuola dell’Infanzia “Gli Aquiloni”

    Bambini e insegnanti sezione Aquiloni Rossi

    Istituto Comprensivo Roncalli Rosà


    ESSERE IN SALUTE PER ESSERE FELICI

    Il concetto di salute lo conosciamo tutti, ma vi siete mai soffermati a riflettere su cosa significhi veramente? Secondo voi che cos’è la salute? Alcune risposte forse potrebbero essere: essere in salute vuol dire non essere malati, oppure stare bene, non avere malattie invalidanti, non avere limiti dovuti a danni fisici…

    Secondo i primi modelli in medicina, infatti, la salute sembrava coincidere con l’assenza della malattia. Tuttavia, a partire dagli scritti di Engel nel 1977, la salute ha evoluto il suo significato e ha iniziato a comprendere uno stato più generale di benessere a livello fisico, ma anche psicologico e sociale. Ciò sta a significare che si è in salute quando nell’insieme stiamo bene a livello fisico, psicologico e sociale. Quindi non stiamo bene solo se non siamo malati, ma stiamo bene anche quando siamo sereni psicologicamente e manteniamo dei rapporti sociali positivi, il tutto contemporaneamente. Da questa definizione si ricava inoltre che le malattie non derivano esclusivamente da alterazioni biologiche e fisiche, ma anche psicologiche e sociali, che possono determinare la suscettibilità, la gravità e il decorso delle malattie. In altre parole, i nostri atteggiamenti e caratteristiche di personalità, insieme alla rete sociale nella quale siamo inseriti (famiglia, amicizie significative) possono aiutarci ad essere “resistenti” alle malattie e/o ad affrontarle al meglio.

    Questa nuova definizione di salute ha segnato un’evoluzione importante in ambito scientifico, ma non è finita qui… Infatti se ci pensiamo attentamente risulta difficile per ognuno di noi raggiungere il perfetto equilibrio in termini di benessere bio-psico-sociale. Infatti, in questo preciso istante, chi si sente bene a livello fisico (nessuna malattia, anche lieve, nessun “acciacco”, ecc.), psicologico (nessun pensiero o preoccupazione in mente) e sociale (adeguata rete di amicizie e in famiglia, con buone possibilità di mantenere i contatti)?

    Dalla carta di Ottawa del 1986 la salute ha cambiato nuovamente definizione ed è divenuta maggiormente comprensiva di aspetti rilevanti per ogni persona, in modo personale per ciascun individuo: la salute è infatti la misura in cui ciascuno di noi è in grado di realizzare aspirazioni, soddisfare i propri bisogni e affrontare efficacemente l’ambiente. Riflettiamo su cosa significa questo:

    Possiamo dirci in salute se non siamo malati, abbiamo una bella famiglia, ci sentiamo bene psicologicamente, ma non abbiamo un lavoro che ci permetta di essere autonomi?

    Oppure se il nostro lavoro ora non ci soddisfa?

    Ci sentiamo bene se abbiamo quel “sogno nel cassetto” che non apriamo da tempo?

    Siamo in salute se siamo a tal punto impegnati a lavoro da non avere tempo libero?

    In tutti i casi la risposta è “dipende”. E da cosa? Dal fatto che ognuno di noi ha aspettative e bisogni differenti, il raggiungimento/soddisfazione dei quali ci fa stare bene: un giovane che sogna di lavorare e costruirsi un futuro non si sentirà bene se si trova disoccupato in questo periodo di crisi, poiché dei limiti oggettivi non gli permettono di soddisfare le sue aspettative di vita, almeno in questo momento.

    Tuttavia un altro giovane che ugualmente non sta lavorando ma che desidera continuare a studiare e ha la possibilità di farlo da casa e di impiegarci tutto il tempo necessario, si sentirà probabilmente soddisfatto e, almeno per questo aspetto, felice.

    A pensarci bene sembra che questa nuova definizione avvicini il concetto di salute a quello della felicità: quando siamo felici di ciò che siamo e abbiamo possiamo dirci in salute, anche se magari in questa stagione iniziamo a soffrire di allergia o qualche altro piccolo male fisico è sopraggiunto.

    È infine importante riflettere su queste definizioni rispetto al contesto in cui viviamo ora. Infatti ora come non mai ci sentiamo fortunati se non siamo malati, se non contraiamo il virus che tanto spaventa il mondo da più di un anno. Proteggerci e proteggere sono sicuramente priorità. Ma lo stare bene con noi stessi, stare in salute, comprende molte altre sfaccettature che per molti versi e per molte persone al momento attuale sono “soffocate” (si pensi alle possibilità di lavoro, alle relazioni sociali limitate, agli effetti psicologici della pandemia, alle libertà personali…).

    Non dimentichiamo quindi ciò che è importante per noi, ciò che ci rende felici, e nei limiti delle possibilità continuiamo a coltivarlo in questa situazione emergenziale, dimostrandoci resilienti e flessibili nelle scelte e nei desideri, augurandoci infine possibilità future più prospere. Nella pratica non dobbiamo dimenticarci di mantenere i contatti (sebbene più spesso a distanza) con le persone importanti per noi e nemmeno di tenere cura alla nostra salute psichica, che possiamo soddisfare per esempio coltivando le nostre passioni, ricavando il giusto tempo per il riposo giornaliero, stando all’aria aperta, o facendo quello che più ci piace.

    A cura di Roberta Zonta


    A PARTIRE DA UN ERRORE

    Qualche anno fa, durante uno dei nostri corsi estivi, una ragazzina di prima media ha scritto una riflessione che mi ha colpita moltissimo: “Ho imparato che quando copio da qualcuno devo essere sicura di non copiare anche i suoi errori!”.  Questa riflessione, solo in apparenza banale, sottintende in realtà una considerazione importantissima: copiare è una strategia, ma bisogna usarla con intelligenza… e l’intelligenza sta anche nel riconoscere l’errore, imparare da esso ed evitarlo.

    Quando utilizziamo la parola ERRORE talvolta lo facciamo impropriamente. E’ pratica molto diffusa infatti confondere il termine “errore” con il termine “sbaglio”.

    Anche solo facendo un’analisi etimologica ci accorgiamo che essi hanno derivazioni completamente diverse. SBAGLIO deriva infatti dal latino balium , che accompagnato dal prefisso  “s” significa letteralmente ‘senza luce’. Tale termine indica una condizione occasionale, una disattenzione momentanea. ERRORE invece deriva dal latino error -oris, cioè ‘vagare qua e là’, e sottolinea una condizione sistemica, stabile e duratura, generalmente causata da una mancanza di conoscenza.

    Per chiarire la differenza fra i due termini vi propongo un esempio molto semplice.

    Un bambino potrebbe non avere il tempo di finire una verifica perché ha lasciato il proprio orologio a casa o perché, preso dalla foga di terminare il compito,  ha accidentalmente dimenticato di controllare l’ora. In questo caso si tratta di uno SBAGLIO, cioè di un evento momentaneo, una disattenzione. Se invece il bambino non ha avuto il tempo di finire la verifica perché non sa leggere l’ora, siamo di fronte ad un ERRORE, cioè alla mancata conoscenza di come si misura il tempo.  Lo sbaglio dunque è solo uno sbaglio, l'errore è invece collegato alla costruzione della conoscenza e alla consapevolezza.

    Quando si osserva un ragazzo mentre sta apprendendo è necessario tenere a mente la differenza fra  i due concetti, questo aiuta infatti a comprendere il funzionamento della persona, consente di  indirizzare la mediazione in maniera mirata e corretta e permette di far acquisire al bambino la consapevolezza sul proprio modo di funzionare.

    Proviamo a fare un esempio.

    Mi trovo di fronte un bambino che esegue una moltiplicazione in colonna e mi accorgo che il risultato non è corretto. Ho due opzioni:

    1. faccio semplicemente rifare al bambino l’operazione (o peggio la rifaccio io per lui) finché risulta corretta, poi procedo con gli esercizi successivi;
    2. chiedo al bambino di osservare attentamente e in maniera sistematica l’operazione che ha appena svolto, come se fosse un radar a caccia dell’errore. Se necessario lo aiuto a trovarlo e a riflettere sulla causa che lo hanno determinato. Si tratta di un problema di calcolo dovuto a distrazione (SBAGLIO)? Si tratta di una scarsa memorizzazione della tabellina (ERRORE)? Il bambino ha copiato male i numeri (SBAGLIO)? C’è un problema nella procedura di incolonnamento (ERRORE)? Solo dopo aver fatto questo lavoro certosino di autoriflessione, gli faccio rifare l’operazione.

    Se agisco nel primo caso il risultato sarà un’operazione corretta (obiettivo di performance) ma che non presuppone necessariamente un incremento di conoscenza nel bambino (lavoro sui processi cognitivi).

    Se al contrario agisco come nel secondo caso otterrò sia un obiettivo di performance (correzione dell’operazione) che un obiettivo di capacità, poiché avrò aiutato il bambino a sviluppare un pensiero riflessivo, ad imparare a riconoscere i propri errori ripercorrendo i procedimenti, a correggerli e a comprenderne le cause per poterli evitare in futuro. L’errore infatti è parte del processo di apprendimento, non è una colpa ma piuttosto è “la chiave d’accesso alla comprensione del percorso cognitivo del bambino” [Lucangeli D., 2019]  e pertanto esso dev’essere assimilato, elaborato e restituito.

    Il consiglio che vi diamo è dunque quello di non limitarvi a giudicare o a conteggiare le inesattezze dei ragazzi, ma di aiutarli a riconoscerle, distinguerle e trovare le soluzioni, le strategie, le regole che gli consentano di utilizzare quegli stessi errori come mezzi di conoscenza.

    Ricordatevi anche di prestare attenzione al modo in cui fate notare al bambino/ragazzo di aver sbagliato. Ricordo sempre la frase che mi ha detto un ragazzino della scuola secondaria: “la mamma mi dice che faccio sempre tanti errori, ma anche lei ne fa un sacco!” Utilizzare frasi come “hai sbagliato” oppure “ma guarda che errore hai fatto” per alcuni ragazzi equivale ad essere colpiti da una freccia molto appuntita. L’autore Don Miguel Ruiz scrive “La mente di ogni essere umano è fertile, ma soltanto per i semi che è preparata a ricevere” [D. M. Ruiz, I quattro accordi]. La parola ERRORE viene talvolta caricata eccessivamente di intenzionalità poco costruttive per cui chi la riceve finisce col sentirsi sempre in difetto. Vi consiglio di porvi invece in ottica comprensiva e soprattutto costruttiva, di accompagnare il ragazzo con frasi quali “controlla meglio!”, “hai riletto con attenzione?” al fine di far decidere a loro se è un errore o uno sbaglio e di abituarli al controllo dell'impulsività, alla riflessione sulle proprie azioni, al diventare un buon osservatore, allo sviluppo del pensiero divergente e creativo.

    A cura di Vanessa Battilana


    “MA NON CAPISCI?”

    Diciamocelo con sincerità, quante volte utilizziamo questa espressione quando ci rivolgiamo a qualcuno con lo scopo di sottolineare la mancata comprensione di una spiegazione piuttosto che di un ragionamento? Magari non ce ne accorgiamo, ma accade molto spesso e quando succede è particolarmente imbarazzante per l’interlocutore che si sente invalidato.

    Una frustrazione quindi per chi dovrebbe comprendere e per chi vorrebbe essere compreso.

    Questo articolo non vuole essere un trattato scientifico sulla comprensione, ma vuole solo avvicinare i genitori in generale ad una maggiore consapevolezza di questa abilità in modo che possano evitare il più possibile di colpire con parole inappropriate i propri figli, che spesso interpretano certe affermazioni come un attacco alla loro persona (Io non valgo! Io non capisco! Mia mamma mi dice che non ci arrivo nemmeno con un ascensore!) piuttosto che una osservazione mirata al momento preciso.

    I problemi di comprensione non sono necessariamente legati ad una cattiva lettura, come può capitare ad alcuni dislessici (Einstein era dislessico ma non soffriva di disturbo della comprensione!). Le difficoltà che le persone registrano nella comprensione sono legate sia al livello del quoziente di intelligenza, che alla capacità del cervello di gestire e compiere assieme una serie di attività nel minor tempo possibile per dare un feedback immediato. A titolo esemplificativo e non esaustivo cito alcune delle diverse abilità che sottostanno alla comprensione scritta. Cesare Cornoldi, De Beni, Gruppo MT nel testo “ Guida alla comprensione del testo” (1988) avevano individuato  ben 19 diverse abilità legate fra di loro che vanno, solo per citarne alcune, dalla competenza lessicale alla capacità di fare inferenze circa il significato delle parole in rapporto al contesto (Squadra di calcio è diverso da squadra da disegno), dal seguire la struttura sintattica del periodo, dal formulare ipotesi finché si prosegue con la lettura, dal sospenderle se non è chiaro qualcosa, dall’individuare personaggi, luoghi, tempi, dal seguire le sequenze dei fatti, dal collegare le idee, dal cogliere l’idea centrale, dal capire lo scopo del testo…..  Se a queste abilità aggiungiamo poi i disturbi legati alla memoria, capite bene che il discorso si fa serio e che la comprensione diventa l’ostacolo maggiore nel percorso di studi dei ragazzi. Comprendere richiede quindi la mobilitazione di una serie di abilità, processi e saperi che in maniera costruttiva e sinergica si legano tra di loro e consentono alla persona di pensare, agire, parlare e scrivere in maniera coerente al contesto del messaggio.

    Perché è importante comprendere e perché tutti gli attori legati all’educazione e all’istruzione insistono molto su questa abilità? E’ importante perché è un’esigenza dell’essere umano, perché permette alle persone di poter esprimersi, di poter interagire, di agire correttamente nel rispetto di se stessi e degli altri, di crescere come individui sia dal punto di vista personale che professionale, di essere soprattutto attori e non spettatori della vita, … di gestire certe emozioni come l’ansia o la paura che hanno il sopravvento quando non si capiscono bene le cose. Ci siamo mai messi nei panni di un ragazzo, ma anche di un adulto, con difficoltà di comprensione? Avete mai fatto caso come si comporta? Vi cito alcune frasi che i genitori mi raccontano e che “leggono” come scarso interesse da parte del ragazzo, quando invece è la mancata comprensione che entra in gioco e che fa assumere loro atteggiamenti di evitamento anche sociale e scarso interesse: “Non vuole che ascoltiamo il telegiornale perché dice che è noioso!”, “Io ho provato anche a fargli delle domande sull’argomento, ma mi dice che non gli interessa!”, “Se il papà tira fuori il discorso sul lavoro, mi dice che sono cose da grandi e va in camera a giocare”, “Dice che ha studiato tanto questo capitolo di storia, ma poi ha preso l’insufficienza”. Molte di queste affermazioni, se lette sotto un altro punto di vista, nascondono la propensione dei ragazzi ad evitare atteggiamenti imbarazzanti di fronte alle persone. Come dare loro torto? Ci vuole molta ironia per ammettere serenamente la propria ignoranza. I telegiornali sono noiosi perché usano un linguaggio sostenuto, perché fanno riferimenti a concetti, episodi o eventi dei quali i ragazzi magari non hanno mai sentito parlare o studiato e pertanto faticano a collegare il nuovo con le informazioni in loro possesso. Quante volte i ragazzi rifiutano di adoperarsi nell’apprendere qualcosa di nuovo, ma poi quando qualcuno li accompagna si appassionano, fanno domande e riflessioni proprie e magari alla fine ne fanno la missione della loro vita?

    Quello che vorrei comunicare ai genitori è la necessità di aiutare i ragazzi a non deresponsabilizzarsi dal curare la “comprensione”, perché se è vero che è un’esigenza per una sopravvivenza soddisfacente su questa terra è anche vero che non è gratuita e richiede uno sforzo che va supportato laddove i ragazzi sono più fragili e ancora legati al giudizio degli altri. Che cosa possiamo fare allora nel concreto? Impariamo a non colpevolizzarli se non sanno, ricordandoci che ognuno di noi ha la propria “enciclopedia personale” fatta di esperienze, ricordi, incontri, letture di libri, formazioni diverse che ci rendono unici, ma pur sempre incompleti; ricordiamoci che basta una parola mal compresa all’interno di un testo per compromettere la comprensione di tutto; facciamo fare loro esperienza diretta delle cose calando i contenuti sulla realtà (se in tecnica studiano la centrale idroelettrica, portiamoli sul posto a fargliela vedere); cerchiamo di usare un linguaggio ricco di sinonimi (una cosa non può essere sempre e solo “bella”, ma può essere anche graziosa, stupenda, incantevole, affascinante, armoniosa…); impariamo a spiegare il significato delle parole e non solamente il contenuto dei testi e pertanto alla domanda “non ho capito niente” chiediamo loro “quale parola ti blocca?”, così li educhiamo a capire il loro ostacolo e a non cedere ad una frettolosa richiesta di aiuto.

    “Se per correggere hai bisogno di umiliare allora non sai insegnare!”

    Vale per tutti, perché siamo tutti cittadini di una comunità educante

    A cura di Federica Comunello


    AFFRONTIAMO LA PAURA DEL BUIO

    L’infanzia è un periodo in cui si sviluppano delle paure, alcune delle quali fisiologiche, in quanto caratterizzano il momento di crescita e quindi di passaggio dalla dipendenza all’autonomia, altre invece legate a dei momenti particolari, come quello che stiamo vivendo in questi mesi, tanto che i genitori riportano il crescente manifestarsi nei loro bambini della paura del buio.

    Come si manifesta questa paura?

    Si presenta con risvegli frequenti, con piagnucolii, con l’ansia di rimanere da soli, con la paura di spostarsi all’interno della propria abitazione o di andare al bagno da soli…chiedendo quindi sempre di essere accompagnati.

    A volte avere “paura” è utile, perché il cervello mette in atto delle reazioni che servono ad aiutare l’organismo a difendersi da situazioni potenzialmente pericolose, ma come tutte le emozioni bisogna impara a gestirle per evitare di esserne travolti.

    I fattori scatenanti di questo tipo di paura possono essere molteplici. Per citarne alcuni possiamo parlare delle intimidazioni come strumento educativo (se non ti comporti bene ti chiudo in camera al buio e arriva l’uomo nero), oppure delle letture serali ricche di elementi paurosi, oppure le minacce ricevute a scuola da qualche compagno, i litigi a toni sostenuti da parte dei genitori, le preoccupazioni di questi espresse a voce alta, la visione di film o cartoni che mettono paura… .

    I genitori, difronte a timori apparentemente ingiustificati che determinano reazioni esagerate, possono sentirsi disorientati e reagire in modi diversi. E’ importante però ricordare che quella che per noi adulti è una paura ridicola per i bambini è fonte di grande turbamento, perchè la paura che stanno vivendo per loro è reale.

    Qui di seguito alcuni consigli:

    • accogliamo le loro paure senza banalizzarle ridendo, ma dimostriamoci empatici e disponibili ad affrontarle assieme. Riuscire a parlarne e far sentire loro che non sono soli riduce la tensione e aiuta ad affrontare il problema
    • evitare di dare al buio una valenza negativa, mostrando loro come solo con il buio si vede bene la luna in cielo, o il suo riflesso sull’acqua
    • facciamo esprimere i bambini, chiediamo loro di raccontarci le emozioni e le fantasie che li inquietano, con dolcezza e senza forzarli
    • evitiamo l’iperprotezione che può trasformarsi in un messaggio che ci sia effettivamente qualcosa da temere
    • creiamo una routine del sonno che può essere ad esempio la lettura di una fiaba, il racconto della giornata trascorsa, la lettura di una storia di cui conoscono già il finale che diventa rassicurante dal punto di vista emotivo
    • trovare un oggetto “speciale” che possa diventare per il bambino qualcosa che lo aiuta ad affrontare la paura di rimanere di notte da solo al buio
    • lasciamo una piccola luce accesa, facciamo attenzione che non sia troppo intensa altrimenti il cervello senza il buio non interpreta il giusto ciclo cardiaco e la giusta produzione di melatonina
    • abbracciamoli, quando sono assaliti dall’ansia dopo un risveglio improvviso. L’abbraccio diventa un contenimento fisico che dà senso di sicurezza.

    Ricordiamo che dare ad un bambino le risorse giuste per imparare a gestire le sue paure è donargli uno strumento che lo aiuterà ad avere più stima in sé stesso.

    A cura di Mara Campagnaro


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